PRIMA PARTE
Un giorno, parlando con mia madre del libro “Le dee dentro la donna” di Jean S. Bolen, ho scoperto di essere Persefone (ad esempio ho sempre dimostrato di meno della mia età effettiva).
Persefone, però, è destinata a scendere negli Inferi.
A me è accaduto nell’estate del 2019, ma nel mio caso Demetra (per chi non conosce il mito: mia madre) è scesa con me, è stata una fedele accompagnatrice. Le tenebre non sono state meno fitte, ma almeno non ero sola.
La mia notte oscura o selva oscura (ma io non ero nel “mezzo del cammino di nostra vita”: spero di vivere molto più di novant’anni!) è iniziata il 4-7-2019, giorno maledetto e benedetto al tempo stesso. Maledetto perché ha sconvolto la mia vita, benedetto perché l’ha salvata. L’ha prima sconvolta e poi l’ha salvata.
Immaginate che improvvisamente piombi l’oscurità, che tutto diventi buio e freddo oppure che in una giornata di sole arrivino le nubi e si scateni una tempesta con tuoni, fulmini, grandine..
Tutto questo è accaduto a me nell’estate 2019.
Ero felice, felice come raramente lo ero stata prima: classi che mi davano soddisfazioni, colleghi gentili, genitori contenti di me, una bellissima nipotina (la figlia di mia sorella), la relazione con Matteo.
Niente Esame di Stato: passata l’iniziale delusione (a me piace molto accompagnare i miei studenti all’esame finale) ho scoperto che avevo un’estate tutta per me. Mare, tanto mare e poi Caramanico.. aspettavo ogni anno il momento di partire per le cure termali: una rigenerazione per il corpo e l’anima.
Quell’estate avevo però finalmente deciso di sottopormi a quelli che io chiamavo “i controlli femminili”. Decisione in realtà dettata dal desiderio di non dover più sentire una mia cugina che diceva “Ma sei matta a non controllarti? Tua zia è morta di tumore al seno”
Mia madre aveva prenotato per entrambe: mammografia per lei ed ecografia per me.
Io ero “allergica” ai controlli medici: evitavo perfino le analisi del sangue. Lo ammetto: avevo paura dell’ago, ricordavo la mia esperienza da bambina quando avevo detto “ il prelievo prima alla bambola” che io portavo in braccio. Ricordavo tutto come una tortura e adesso mi viene da sorridere visto che mi reco al laboratorio di analisi una volta al mese e il prelievo, se il medico è bravo, è quasi del tutto indolore.
Tutto inizia il quattro luglio.
Mattinata al mare, pranzo e poi ci prepariamo per il controllo medico.
Di quel pomeriggio ricordo l’attesa interminabile per entrare nell’ambulatorio e mia madre che dice “perché non mi fanno sapere nulla della mammografia?”
In realtà era un buon segno: le cattive notizie arrivano molto velocemente.
Finalmente tocca a me.
Mi distendo sul lettino e il medico palpa i due seni e sussurra
“sei salva”
Non ha sentito noduli.
Poi accende la macchina ecografica e nota dei fibroadenomi “ce l’hanno tutte le donne” mi rassicura.
Ad un certo punto si ferma e mi chiede a bassa voce:
“Hai mai fatto la mammografia?”
“No, è molto fastidiosa?”
Lui abbassando ancora di più la voce
“ se è proprio necessaria”
Termina il controllo, io non voglio perdere tempo: mammografia subito.
“Vedrai sarà negativa, come per la mamma”.
E infatti era negativa ma lui non era affatto convinto:
“Fai così: ti fai visitare da un senologo mio amico e se permangono dubbi un ago aspirato…”
Io non capisco la situazione, quando torniamo in macchina chiedo a mia madre “li devo proprio fare questi controlli?
Nei giorni successivi vedo mia madre molto preoccupata e mi convinco che lei abbia parlato con il medico mentre io stavo svolgendo la mammografia.
Non era così.
La visita dal senologo mi tranquillizza: molto probabilmente non è nulla ma per sicurezza meglio fare comunque la biopsia:
“la preparazione è l’elettrocardiogramma e le analisi del sangue”
Avrei fatto tutto ad agosto quindi mia madre e io partiamo per Milano, dalla nipotina.
Mi è concessa una parentesi di serenità, anche se per ben due volte mi chiamano per la biopsia che mi era stata anticipata al ventitrè luglio. Avrei fissato un nuovo appuntamento una volta tornata da Milano.
Trascorro momenti felici nonostante il caldo: la mattina mia madre e io usciamo, poi il pranzo, riposo e all’asilo nido per riprendere la nipotina.
La accompagniamo al parco: prima chiede a mia madre poi a me di spingerla sull’altalena. Poi: “ci sediamo?”
Ci sediamo una accanto all’altra sulla panchina poi :
“torniamo a casa”
E poi i cartoni animati.
Questo schema si ripete ogni giorno e io dimentico le mie preoccupazioni.
Al ritorno a Pescara il medico non risponde (forse era in ferie quei giorni) e una mia cugina ci porta da un altro, a Roseto.
Io spero di evitare la biopsia e di godermi finalmente l’estate.
Invece:
“questo nodulo è da biopsizzare immediatamente”
“Quando?”
“Domani mattina”
“Ci vuole una preparazione?” chiedo
“Solo psicologica”
Torno a casa e stavolta capisco: mi rifugio in taverna per sfogare il mio dolore, non voglio che la nipotina mi veda ma poi… la abbraccio e lei mi dice “zia, non devi piangere!” Che tenera!
Il giorno dopo la biopsia:
“un po’ brucia”
Un po’? l’anestesia è dolorosissima, vedo tutte le stelle del cielo.
“Statti fermaaa” urla il medico, avevo fatto uno scatto per il dolore.
I risultati non arrivano e quindi decidiamo di partire comunque per le terme di Caramanico:
“mi devi promettere che appena chiama il medico andiamo subito a ritirare i risultati”
Sono felice di partire e di consolarmi un po’ con la quiete della montagna.
Ogni tanto controllo il cellulare: nessuna chiamata , così arriva il quattordici agosto e sono convinta che non avrebbero chiamato prima del lunedì successivo:“mica possono lavorare a Ferragosto” penso.
Invece la telefonata arriva il sedici mattina:
“I risultati sono pronti”.
Io mi dimentico della promessa e chiedo di aspettare la fine delle cure termali per ritirare il referto
Mia madre e io litighiamo e, dopo le cure termali, mi reco alla fonte dell’acqua sulfurea per calmarmi un po’. La maestà delle montagne mi rasserena e torno a casa diversa
“Devi capirmi, io preferisco una brutta notizia al limbo dell’attesa. E poi: se c’è qualcosa, meglio saperlo così ti operi subito, altrimenti puoi goderti fino in fondo Caramanico” chiarisce mia madre.
Il lunedì andiamo:
“Il medico aveva un sospetto e infatti..”
Carcinoma al seno infiltrante.
Disperazione.
Il pomeriggio, però, quando torniamo all’ospedale di Atri, il senologo ci rincuora: “è un tumoretto”, non è grave, forse non è nemmeno necessaria la chemioterapia.
Nei giorni successivi il mio cibo sono le lacrime, non ho fame e mi chiedo:
“Perché questo proprio ora che stava andando tutto bene?”
Gli unici momenti di consolazione sono i concerti, la musica mi trasporta in atmosfere più leggera. Spesso immagino una chiamata dall’ospedale per comunicare l’errore :” Ci scusi, c’è stato uno scambio di provette. La sua biopsia in realtà è negativa”.
Un notte sogno di essere davanti a uno specchio, è buio, non si vede nulla. Poi , pero, l’immagine si schiarisce e vedo me stessa luminosa e sorridente di fronte ad un lago.
Si tratta di un buon presagio?
Arriva il momento del prericovero per l’intervento chirurgico: sveglia alle cinque e sensazione di essere dentro ad un incubo, presto mi sarei svegliata. Le analisi non sono dolorose come credevo: solo un lieve fastidio. Poi lastra al torace e visita dell’anestesista.
Aspetto di essere chiamata dal medico per la conferma della data dell’operazione:
“hai un’emoglobina di 7,7 con questi dati si fa la trasfusione. Nessuno si prende la responsabilità di addormentarti”.
Non solo l’emoglobina: anche i globuli bianchi e le piastrine sono bassi.
Devo andare al pronto soccorso di Pescara perché si tratta di una ASL diversa:
“Se fossi mia sorella ti ci porterei subito, la situazione al seno non mette in pericolo la tua vita, questa sì”.
Il giorno dopo al Pronto Soccorso:
l’emoglobina si è ulteriormente abbassata, consulenza in ematologia:
“Se dovessero comparire cellule che non ci piacciono, ordino il ricovero”.
Io inizio a strillare: non voglio essere ricoverata. Voglio tornare a casa.
“Almeno lasciami finire la mia indagine”
C’è il sospetto di una leucemia acuta.
“Mi è stata rubata la mia vita”.
“Sei una nuova paziente del reparto?” mi chiede il primario, io lo guardo terrorizzata.
Nel corridoio dove sono con i miei genitori c’è una piccola statua della Madonna:
“Ti prego, tu sei una mamma e puoi capirmi: aiutami!”
Dopo qualche minuto torna il primario, con il volto sorridente:
“Roberta, cose grosse non ci sono: bisogna però capire da cosa dipendono questi valori così bassi”.
Non ho la leucemia: grosso sollievo.
MI sento rasserenata per cui l’attesa per la trasfusione e la trasfusione stessa non mi pesano.
La settimana successiva vado al centro trombotico per gli accertamenti, il medico vuole capire il perché dei valori così bassi.
I primi risultati delle analisi del sangue sono rassicuranti: l’emoglobina bassa dipende dalla carenza di ferro e la piastrinopenia è probabilmente di tipo autoimmune.
Dovrei sottopormi a infusioni di ferro per far risalire i valori.
“Devi fare la biopsia al midollo ”mi comunica l’ematologo, vuole escludere la presenza di un tumore cronico del sangue.
Del resto mi avevano parlato di questa possibilità il giorno in cui ero al pronto soccorso:
“Quando?” chiedo all’ematologo.
“Subito”.
Come, subito?
Non ci riesco, è troppo dolorosa, faccio uno scatto durante la proceduta causando uno spavento indimenticabile al medico.
Le tenebre sono sempre più fitte, non si vede d’uscita.
Provo qualcosa di simile a quello che i santi chiamano “notte oscura”, mi sento abbandonata da Dio: “Il cielo si è chiuso per me, gli angeli non mi ascoltano più”, grido alla mia madrina di Cresima.
Mi convinco di essere una malata terminale, piango perché non voglio morire.
Non era vero, nessuno mi aveva detto che mi restava poco da vivere. La nostra immaginazione ci fa vivere come reale quello che è invece è solo frutto della paura.
Nuovo appuntamento per la biopsia al midollo: non ci provo neppure, troppo grande è la paura.
Intanto inizio ad assumere un integratore per aumentare il ferro comprato in erboristeria e a mangiare due porzioni alla settimana di carne di cavallo.
Poi mia madre, con l’aiuto di un’amica dottoressa, trova la soluzione: sedazione con Ipnovel.
Il nove ottobre, dopo un’po’ di discussione, mi convinco: non mi addormento, sento la dottoressa che parla, parla… e non provo nessun dolore.
Poi mi portano in un’altra stanza, all’inizio la mia voce è impastata ma nel giro di poco sono in grado di alzarmi.
Sono euforica, a casa preparo la relazione sulla cultura giapponese che avrei esposto al pubblico pochi giorni dopo.
“Le analisi fra quindici giorni”
Che bello, ho due settimane di vacanza dall’ospedale. Non ho paura del responso della biopsia, sono sicura che sia negativo.
Inizio ad apprezzare le piccole gioie, le passeggiate per la riviera di Montesilvano.
Cerco di supportare il mio sistema immunitario con l’aloe arborescens, un’alimentazione sana, lunghe camminate… e la lettura di un libro prestatomi da un amico: “La mente supera la medicina” sul rapporto mente- corpo e sulla possibilità di ottenere una remissione spontanea lavorando su se stessi e adottando uno stile di vita sano ( l’autrice non esclude, però, le cure mediche). Seguo scrupolosamente le sue indicazioni. Vedo anche su internet meditazioni guidate di autoguarigione.
Arriva il momento dell’esito della biopsia: negativa!!
Mi posso operare anche perché, nel frattempo, sono migliorati i valori del sangue.
Una notte, in sogno, lotto contro la morte, la vedo in camera mia che mi chiama e mi invita a seguirla, io la butto sul letto e le conficco un coltello nel braccio destro e un altro nel braccio sinistro.
La costringo ad andare via.
Trascorro momenti felici, in particolare un pomeriggio svolgo una lezione alle quinte su Gadamer (un approfondimento sulla filosofia del ‘900).
Silvia, collega molto dolce e affettuosa, mi dà l’esempio con la sua forza e il suo coraggio: arriva sempre a scuola con un sorriso radioso, nonostante i suoi problemi di salute. Cerco di imitarla.
Finalmente arriva il momento del prericovero.
Nei giorni precedenti ho dei presagi positivi. Mi capita, leggendo la lettura del Vangelo del giorno o il libro di Jung che sto utilizzando per preparare la relazione per la terza età, di trovare messaggi che mi invitano alla speranza.
All’inizio di dicembre torniamo a Milano, nella nuova casa dove si sono trasferiti mia sorella con il marito e la figlia. Vivo di nuovo momenti di felicità.
La domenica chiedo se c’è una Chiesa nei paraggi per la Messa:
“Sì, quella dedicata alla Madonna di Lourdes”.
Lo vedo come un segno benaugurante per il mio intervento chirurgico.
Il nove dicembre c’è il prericovero: sono un po’ preoccupata perché il senologo, giustamente, vuole controllare ecograficamente il seno perché teme che la situazione sia peggiorata.
Io, però, penso: oggi non possono arrivare brutte notizie, è il compleanno di Gaia. Mi porterà fortuna.
E, infatti, il medico:
“Il tumore non è cresciuto!”
Chissà se l’aloe arborescens, lo stile di vita sano, il lavoro su me stessa per essere ottimista e piena di speranza… hanno contribuito a rafforzare le mie difese immunitarie e a“tenere fermo” il tumore!
In ogni caso è arrivata l’ora di rimuoverlo dal mio corpo, di rimuovere quella che avevo visualizzato come una “piccola vespa” che rischiava di avvelenare l’organismo.
Il pomeriggio l’ospedale chiama per confermare la data dell’operazione: giovedì 12-12-2019.
Il giorno successivo, tranquillizzata dalle buone notizie, vado a scuola per svolgere le mie ore di servizio.
Alla sesta ora non sono a disposizione ma una collaboratrice scolastica mi chiede ugualmente se voglio fare supplenza in 3F.
Ci sono momenti della vita “ Sliding doors”, che ne cambiano il corso.
Io accetto: essere impegnata mi impedirà di pensare all’intervento chirurgico.
Un gruppetto di studenti mi chiede:
“Ci aiuta per l’interrogazione di filosofia che abbiamo alla prossima ora?”, dopo la mia risposta affermativa chiede al resto della classe di rimanere in silenzio.
Io inizio a parlare di Empedocle, Pitagora, Democrito.
Sullo sfondo c’è il mare: la bellezza del Misticoni risiede anche nelle sue alule vista mare.
Io penso:
“Dopodomani sarò sotto i ferri ma oggi voglio vivere fino in fondo questi attimi di felicità”.
Il tempo si dilata e sono immersa nel flusso, dimentica di ogni preoccupazione.
Quando suona la campanella, mi rendo conto di aver vissuto momenti che non dimenticherò più (non so, però, che avrei vissuto ancora attimi di felicità proprio con quella classe).
Una ragazza il giorno successivo:
“Ho preso otto e mezzo”.
Mi chiama l’ospedale.
Si è liberato un posto, devo ricoverarmi il pomeriggio.
Salgo nella macchina di mio padre:
“non vedo l’ora di essere sulla strada di ritorno”.
La notte è limpida e vengo rapita dalla bellezza della luna: per l’intero percorso la guardo e mi sento quasi rassicurata, come se mi sussurrasse:
“Andrà tutto bene”.
Un altro elemento che mi tranquillizza: la stanza dell’ospedale sembra una camera d’albergo e le mie compagne sono molto simpatiche: una ragazza di sedici anni con sua madre, una signora anziana.
Mi trovo subito a mio agio.
Gli infermieri sono tutti molto gentili e rassicuranti.
Parlano di “aghetto” per l’anestesia generale e di possibile “nausetta” come effetto collaterale.
La mattina seguente inizio la giornata con il Rosario, preghiera che mi trasmette sempre grande pace e serenità.
Vengono a prendermi e scendo in sala operatoria con l’atteggiamento d chi va a fare una bella dormita.
Tempo dopo papà mi avrebbe detto:
“Non avevo mai visto nessuno andare a fare un intervento chirurgico sorridendo”.
Sono in uno stato di pace celestiale, un mio carissimo amico in un incontro di preghiera aveva detto “Prego per Roberta perché affronti tutto con serenità”.
Così è stato.
In sala operatoria l’infermiere incontra qualche difficoltà per trovare la vena, a causa dei tanti prelievi per l’emocromo.
Inizio a recitare mentalmente il Salmo 23:
“Il Signore è il mio pastore
Non manco di nulla
Su pascoli erbosi mi fa riposare
Ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca,
mi guida per il giusto cammino
per amore del suo nome.
Se dovessi camminare per una valle oscura
Non temerei alcun male
Perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
Mi danno sicurezza”.
Le ultime parole che sento sono “facciamo la preanestesia”.
Poi “tutto a posto, l’operazione è stata fatta”.
Avevo immaginato tante volte il mio intervento chirurgico: mi sarei addormentata già dopo la preanestesia. E, poi, al risveglio avrei visto mio padre “linfonodo sentinella negativo”.
È andata esattamente così, come se avessi scritto io il copione.
Mi riportano in stanza dove mi accolgono con un affettuoso “Bentornata!”.
Mi accorgo, però, che vedo male, non riesco a leggere le scritte, come se fosse improvvisamente peggiorata la mia miopia.
“Mi hanno operato al seno o agli occhi?”
Smaltita l’anestesia totale, la vista è tornata normale.
Il giorno seguente sono affamatissima e molto debole ma felice: molto probabilmente avrei evitato la chemio visto che i linfonodi non erano coinvolti.
Sta albeggiando: lo spettacolo del sole che si alza tra le montagne mi commuove e due uccelli si incrociano in volo.
La bellezza della natura, fonte sempre di grande gioia.
Mangio le sei fette biscottate della colazione come se fossero il cibo più prelibato.
Poi chiedo a mia madre di prendere un’agenda:
“Puoi controllare il calendario del 2020? Vorrei fissare la verifica in 3M”.
Neanche in ospedale dimentico i miei studenti!
Il sabato, finalmente torno a casa ma, una volta arrivata, vengo avvolta da una fortissima stanchezza. Il giorno precedente, dopo il pranzo, piena di energia, camminavo per il corridoio per tornare in forma: il mio desiderio erano le dimissioni. E ora mi cade addosso la stanchezza di mesi, la biopsia del midollo, l’attesa e infine l’operazione.
Trascorro i giorni successivi in poltrona con l’obiettivo di riprendere le forze: mi sono di notevole aiuto i video di mindfulness (trovati su You Tube) e il dvd delle attivazioni bioenergetiche di Daniel Lumera.
Dopo una settimana mi sento molto meglio, felice che arrivi il Natale e di rivedere la nipotina.
Quando torno a scuola sono felice e mi sento particolarmente bene, mi impegno nell’Open Day e la Preside si mostra contenta nel vedermi in “grande forma”.
Sono convinta che l’alba sia arrivata, che il peggio sia alle spalle.
Purtroppo non è vero: dall’esame istologico emerge un tumore “triplo negativo”. Non risponde né alla terapia antiormonale né a quella biologica. Servirebbe la chemioterapia classica che non posso (e non voglio) fare a causa della piastrinopenia.
La situazione è più complessa di quello che pensavo.
A Marzo la notte oscura avvolge il mondo intero.
Il quattro marzo sono a scuola, comunico alla classe, durante una supplenza, che non ci sarebbe stata lezione il giorno successivo a causa dell’epidemia da Covid 19.
Trovo la decisione eccessiva, in fondo i casi in Abruzzo sono pochi.
Boato degli studenti, esplosione di gioia come se l’Italia avesse vinto i Mondiali. Si sarebbero poi amaramente pentiti di quell’esultanza.
Il nove marzo, di ritorno dalla naturopata , accendo la televisione: tutta l’Italia viene dichiara “zona protetta”.
Inizia il lockdown, soft all’inizio (si può camminare in città) e poi duro nella settimana successiva: si può uscire solo con l’autocertificazione per motivi di salute, lavoro o per la spesa.
Per la scuola è prevista la Dad (acronimo per didattica a distanza): videolezioni da casa in modo da non perdere l’anno scolastico. Io, però, ho solo due classi: la Preside, che ha dimostrato grande sensibilità e gentilezza quando le ho parlato della malattia, ha preferito darmi soprattutto ore di potenziamento sia per permettermi di concentrare le energie sulla guarigione sia per evitare che le quinte perdano troppe ore di lezioni a causa delle mie assenze (inevitabili in caso di tumore). Mi sento un po’ in colpa visto che lavorerò molto meno degli altri.
Sarebbe una bugia se dicessi che il lockdown mi pesa: in fondo non è la prima volta che sono costretta a stare a casa. La nevicata del 2012 è stata un lockdown per cause naturali. E poi, ho l’illusione che il tempo sospeso della “clausura” sospenda anche la malattia. Niente controlli, non si può uscire… come se fosse il termometro a provocare la febbre!
C’è un altro motivo, di cui mi vergogno profondamente: adesso finalmente soffriamo tutti! Le scritte “andrà tutto bene” mi danno conforto e mi sento meno sola nel mio periodo buio. Lo ammetto: sono invidiosa della felicità altrui, del collega che ha preso le mie quinte (come se fosse colpa sua), di chiunque sia sano.
“Gli unici momenti felici sono quelli in cui vi vedo sul video e facciamo lezione” dico ai mie alunni della 4G.
“ Avete visto quant’è dolce la vostra professoressa?” commenta l’insegnante di sostegno.
“Sì, è vero”.
Altri momenti di conforto sono quelli mattutini, le Messe trasmesse da Santa Marta tramite Canale 2000, le omelie di Papa Francesco mi trasmettono forza e coraggio.
Il lockdown ha il sapore della verza con le mele, delle uova sode.
Le poche volte che esco sono impressionata dal silenzio della città, che è spettrale.
Sono terrorizzata dalla chemio (che ho evitato) ma per niente spaventata dalla radio. Non vedo l’ora di iniziare, addirittura desidero la radioterapia. Mi dà sicurezza, visto non posso fare altre cure.
Sono felice quindi quando mi chiamano per la tac di centraggio e tatuaggi, segno che presto comincerò il trattamento.
Devo dire che la pandemia non ha fermato l’ospedale: effettuo il mio emocromo ogni quindici giorni e presto inizierò la terapia.
I tatuaggi, necessari per direzionare le radiazioni, sono fastidiosi ma non importa: quello che conta è fare il possibile per evitare le recidive.
I radioterapisti, gentilissimi, mi spiegano la respirazione che dovrò effettuare per proteggere il cuore dalle radiazioni sul seno sinistro.
Tutti i giorni lo stesso percorso: “striscio” la tessera sanitaria, entro in sala d’attesa e mi rilasso chiacchierando con i miei compagni di sventura o leggendo libri. Entro nella stanza e inizia il trattamento che non è affatto doloroso.
Quando finisco ho un leggero stordimento che scompare nel giro di pochi minuti.
Gli effetti collaterali sono minimi, solo a livello locale.
Intanto termina il lockdown, possiamo finalmente uscire.
La gioia di passeggiare lungo la riviera a Montesilvano, di andare ai “Luoghi dell’anima” ad acquistare libri…
Durante il lockdown, nelle mie chiacchierate serali con un amico, manifestavo una forte nostalgia “per la vita banale”: “non vedo l’ora di tornare a scuola, di riprendere il 2/, di camminare con Matteo”.
L’estate è una tregua: io, terminata la radio, sono libera di andare al mare anche se non posso indossare il costume.
Torna la serenità, per tutti.
Un giorno particolarmente felice è il giro in canoa sul fiume Tirino.
L’acqua limpida ma freddissima, provo a immergere un piede ma resta quasi congelato, provo dolore per l’eccessivo freddo. Il bellissimo paesaggio.
E il viaggio di ritorno, in silenzio, mi nutro della bellezza del luogo. Finalmente la pace, la serenità. Ne ho bisogno! Vorrei che questo momento duri per sempre.
E poi… torniamo a Caramanico, per le cure termali: sono possibili nonostante la recente pandemia, ma la mia cura preferita (l’inalazione: era bellissimo chiudere di occhi e farmi accarezzare il viso dal vapore sulfureo) non si può fare.
Qualche piccolo fastidio iniziale ( la connessione ballerina che mi impedisce di seguire il corso di formazione a cui sono iscritta) e poi… passeggiate fino alla fonte del Pisciarello
Ci fermiamo, ci sediamo, alle nostre spalle le montagne, davanti la fonte con l’acqua che scorre, la musica dell’acqua… sopra di noi i ragazzini che si lanciano sui fili…
Voglio godere fino in fondo ogni momento, dimenticare la sofferenza passata.
I casi di Covid, però, tornano ad aumentare.
Arriva il momento di ripartire: mi sembra di aver disfatto la valigia cinque minuti fa e di doverla nuovamente rifare.
Termina l’estate: ricomincia la scuola e io ho di nuovo le classi, comprese tre quinte.
Sto finalmente riprendendo la mia vita.
SECONDA PARTE
I casi di Covid continuano ad aumentare: si decide per “didattica a distanza al cinquanta per cento”. Nella mia scuola a rotazione metà classi in DAD e metà in presenza.
Conosco la 3F in DAD, inizio la lezione ma:
“professoressa, non la sentiamo”
Provo ad uscire e rientrare ma nulla. Devo spegnere il computer e intanto passano i minuti. Cerco di mantenere la calma. Finalmente riesco:
“Professoressa, finalmente”
Inizio a introdurre la filosofia partendo dall’etimologia del termine. E riesco a coinvolgere la classe. Quel giorno inizia un bel rapporto che si rafforzerà sempre di più.
A fine mese ho il controllo radioterapico: il dottore, durante la visita del seno destro, assume un‘espressione preoccupata:
“Ha portato ecografie precedenti?”
Non sapevo che servissero.
“Ha delle cisti?”
“No, fibroadenomi”.
“Allora quello che ho sentito è sicuramente un fibroadenoma. In caso di dubbio c’è la risonanza magnetica” e mi prescrive i controlli del follow up.
Sul referto della visita non scrive nulla ma io non sono più serena. Rimane il tarlo dentro di me. Temo che il tumore sia tornato, temo di perdere nuovamente tutto.
Segue un periodo difficile, anche perché torna la zona rossa (ma è un lockdown più soft: si può andare in libreria, dalla parrucchiera…) e ricominciamo con la Dad al cento per cento.
Non ho voglia di uscire e soffro anche di insonnia.
A gennaio il controllo: in effetti c’è un nuovo fibroadenoma ma sembra innocuo. La dottoressa mi propone il controllo a quattro- cinque mesi oppure un ago aspirato. Aggiunge che probabilmente è un nodulo benigno, da monitorare.
Mi tranquillizzo, non ci penso più.
Riunione per nominare i commissari interni (siamo tutti interni): stavolta tutte le quinte (le tre quinte) mi vogliono all’esame. Questo mi riempie di gioia ma devo scegliere: non le posso portare tutte. Preferisco le classi 5M E 5G rispetto alla 5F che ho solo da quest’anno.
A Marzo arrivano finalmente le vaccinazioni per noi insegnanti: non vedo l’ora. Voglio ricominciare a uscire, andare a Messa… in realtà le funzioni si svolgono regolarmente ma preferisco non rischiare e seguirle in televisione. Mi manca però l’Eucaristia, nutrirmi del Corpo di Cristo.
Vado, piena di paura (una partita di Astrazeneca è stata ritirata il giorno prima, il vaccino potrebbe danneggiare le mie piastrine) e speranza.
La notte non dormo per la paura degli effetti collaterali.
Il giorno dopo svolgo ugualmente le lezioni: sono in DAD e il mio unico sforzo è quello di trascinarmi dalla camera alla cucina. E poi c’è la 3F. non posso rinunciare a vedere i miei studenti, alle discussioni filosofiche con loro.
Tanto appassionati da dimenticarsi della pausa ( avevano diritto a terminare le ore dieci minuti prima per evitare l’eccessiva esposizione allo schermo) e addirittura da continuare anche oltre l’orario al punto che io:
“starei ancora con voi per ma voi avete un’altra lezione e io un’altra classe. Ci dobbiamo salutare!”
Svolgo le mie ore, sono stanchissima ma felice.
E il giorno dopo sono di nuovo in piena forma.
Arriva luglio, il momento di controllare il fibroadenoma: non è cresciuto ma è diventato irregolare. Pessima notizia: occorre la biopsia.
Torna l’incubo.
Biopsia che viene rinviata a causa delle piastrine basse: occorre un’infusione per far salire i valori.
Dico al medico che sono molto spaventata per l’esame, visto che la volta precedente era stato molto doloroso. Mi risponde che la sedazione non si può fare ma si impegnerà per farmi soffrire il meno possibile.
Intanto l’ematologa a cui ora sono affidata propone un nuovo farmaco per aumentare le piastrine al posto dell’infusione.
Bisogna ordinarlo perché non è presente nella farmacia dell’ospedale e bisogna attendere la seconda metà di agosto. Nel frattempo controllo settimanale dell’emocromo.
Niente Caramanico? In realtà le terme sono chiuse (non riapriranno più a causa del fallimento dell'azienda che le gestiva) e quindi non ci saremmo potute andare comunque.
La mamma a questo punto ha un’idea vincente: ci trasferiamo nella casa di Montesilvano, simuliamo una vacanza.
Mare la mattina, pomeriggio lettura e camminate nella Pineta di Santa Filomena, la sera passeggiate sotto le stelle nella riviera di Montesilvano.
E avviene il miracolo: riesco ad essere felice, a vivere giorno per giorno senza pensare al futuro.
Le bancarelle, l’allegria della folla, la musica… tutto contribuisce a creare una bolla che mi avvolge e mi fa dimenticare le preoccupazioni.
Il farmaco ha un effetto molto potente e aumenta le piastrine al di là di ogni previsione.
Arriva quindi il giorno della biopsia.
Mi distendo sul lettino e due infermiere molto simpatiche mi distraggono con domande sulla scuola e intanto il medico con estrema delicatezza svolge l’esame.
Avverto solo un lieve fastidio, simile a quello del prelievo del sangue.
Continuo a chiacchierare fino a quando il senologo: “ti puoi girare. Abbiamo finito”.
Molto più semplice del previsto.
Mi sento sollevata da un peso.
Inizio a coltivare la pratica della gratitudine: ogni mattina elenco motivi per cui essere riconoscente.
Gratitudine nei confronti del tumore? No.
Ricordo le forti critiche nei confronti di Nadia Toffa e del suo “Fiorire d’inverno”, accusata di aver definito la sua malattia (un tumore al cervello) un dono. Avrebbe mancato di rispetto nei confronti dei malati (ma lei stessa lo era) e di chi ha perso una persona cara a causa della malattia.
In realtà aveva parlato di “riuscire a trasformare l’esperienza in un dono” che è un’affermazione completamente diversa. Lei era stata costretta a prendersi cura della parte di sé più fragile e aveva iniziato ad apprezzare anche una passeggiata a piedi fino al supermercato.
Io non ci sono riuscita. Ho sempre vissuto il tumore solo come da una situazione da cui uscire il prima possibile.
Mi sono accorta, però, di quanto siano vere le parole di Eraclito “la malattia rende buona e piacevole la salute, la fame la sazietà, la fatica il riposo”. Si ama ancora di più la luce dopo aver attraversato il buio, la gioia diventa più intensa dopo un periodo di sofferenza.
Per cosa sono grata, allora? Per mia madre che si prende cura di me, per mio padre, per Matteo, gli amici, la mia bellissima scuola…
E anche per il Sistema Sanitario Nazionale che mi cura gratuitamente: non ho dovuto pagare nulla per le due biopsie, per l’intervento chirurgico, per la radioterapia e il Mulpleo (farmaco per le piastrine che costa più di mille euro!). E per i medici che mi curano: molto competenti ed empatici.
E la gratitudine fa bene all’anima.
La settimana successiva mi chiamano: “i risultati sono pronti”. Pessimo segnale. Scoppio in lacrime perché capisco che non sono in arrivo buone notizie.
E, infatti:
“Visto che ho fatto bene a insistere? È un tumore” così mi accoglie il medico in ospedale al ritiro della biopsia.
Si riferiva alla mia paura per l’esame, che ricordavo troppo doloroso.
Non mi ero mai fatta grosse illusioni ma una piccola speranza l’avevo conservata.
“Dio è cattivo” è il mio commento.
Perché Dio permette il male?
L’uomo lo chiede da secoli.
Perché la sofferenza?
“Si deus est, unde malum?” (Agostino di Ippona).
Purtroppo non tutte le nostre domande hanno una risposta.
Posso, però, dire che nei momenti di sofferenza Dio era lì a consolarmi. L’ho sperimentato nei giorni precedenti l’intervento chirurgico del 2019 e il giorno stesso dell’operazione.
A casa mia madre mi abbraccia
“Adesso dobbiamo riprenderci e tu devi affrontare la malattia con la stessa forza dell’altra volta”.
Le chiedo di acquistare su internet “La mente supera la medicina” che tanto mi aveva aiutato.
Il giorno dopo a scuola (siamo finalmente tornati in presenza) nell’aula ventiquattro, fisso con struggente malinconia il mare. Suona la campanella ed entrano… gli studenti che due giorni prima dell’intervento chirurgico mi avevano regalato un’ora di felicità. Si tratta della 3F 2018/19 che si è “trasformata” in 5F (il tempo passa in fretta) .. e stavolta non è una supplenza,.. è una mia classe. Non ho la 4F (ex 3F) classe con cui ho trascorso momenti indimenticabili durante la DAD ma ho la 5F.
Mi chiedono dell’insegnante che hanno avuto nei due anni precedenti che è stato assegnato ad altre classi.
Io li rassicuro:
“Ci conosciamo già. Ho fatto con voi tante supplenze. Sono sicura che lavoreremo bene insieme”
E trascorro nuovamente un’ora di felicità, dimentico tutte le mie preoccupazioni. Entro nel flusso, come il 10-12-2019.
La scuola diventa la mia “oasi felice” in cui lascio ogni preoccupazione e vivo intensamente l’attimo.
Un altro conforto mi viene dalla proposta di Luigi, amico di famiglia.
“Ti piacerebbe andare ad Assisi?”
Accetto immediatamente.
Devo prima sottopormi alla tac total body per la stadiazione cioè per escludere la presenza di metastasi.
Ho un po’ paura (è un esame che non ho mai eseguito) ma si rivela più semplice del previsto.
Il sabato si parte, direzione Assisi.
Arriviamo alla Chiesa di San Francesco.
Assisi è una città speciale, si respira la spiritualità, si avverte la presenza di Dio.
Entriamo, la bellezza e la sacralità del luogo pacificano la mia anima. Inizio a pregare. La mia ribellione scompare e cede il posto alla fiducia, mi sento amata da Dio. Ho il desiderio di confessarmi ma la fila è troppo lunga.
Usciamo: lo spettacolo meraviglioso del tramonto.
E poi a Santa Maria degli Angeli, mi inginocchio alla Porziuncola, ricordo il ritiro del 1997 e i momenti trascorsi lì.
Quando torno a casa i problemi non sono scomparsi ma io sono diversa: ho ricevuto la guarigione spirituale (avrei poi ricevuto quella fisica attraverso le mani dei medici).
E qualche giorno dopo arrivano le belle notizie:
“ La tac total body è negativa e il tumore è un luminale (è ormonosensibile) con una prognosi molto favorevole!” mi comunica il senologo
Non è una recidiva ma un altro tumore: splendida notizia considerando che il carcinoma di tipo ormonale è il più curabile.
“Però hanno visto qualcosa a sinistra e spero che si tratti della cicatrice”. Mi prenota l’ecografia all’ospedale per il giorno successivo.
IL giorno dopo, controllo con una dottoressa rassicurante: in realtà si tratta dei fibroadenomi che erano lì almeno dal 2019. Nulla di nuovo.
Via libera all’intervento: devo assumere nuovamente il Mulpleo. Viene fissata la data: 12-11.-2021. Forse invece dell’anestesia totale mi faranno quella locale con sedazione. Io dormirò comunque ma sarà un sonno più simile a quello naturale.
Intanto mi concentro sulla scuola e decido di parlare con Michela, la referente di plesso. Le comunico la necessità di assentami per l’operazione. Lei mi aiuta molto con la sua dolcezza e mi incoraggia: “tu sei una tosta”. Ogni tanto mi sfogo con lei, le parlo delle mie paure. Sono molto riconoscente nei suoi confronti.
Il primo novembre passeggiata sulla spiaggia a Montesilvano, con i cavalli che corrono vicino al mare. Gioia, momenti di gioia.
Arriva il giorno del prericovero: stavolta c’è anche l tampone. E il pomeriggio controllo continuamente il cellulare: mi avrebbero chiamato solo se fosse stato positivo. In caso contrario il giorno dopo ricovero per l’intervento. E non voglio che l’operazione sia rinviata! Nessuna telefonata, per fortuna.
Entro in ospedale, sperando che il tempo passi in fretta in modo da far il percorso inverso: verso casa.
Conosco le mie compagne di stanza, m trovo subito a mio agio.
Il pomeriggio veniamo sottoposte ad un esame per individuare il linfonodo sentinella e rendere così più semplice l’operazione.
Avverto un po’ di fastidio ma è sopportabile.
Rientriamo in camera, fuori c’è la nebbia ed è l’undici di novembre.
Iniziamo a recitare insieme:
“la nebbia agli irti colli
Piovigginando sale
E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mare…”
La mattina successiva mi sveglio e mi rendo conto di aver dormito profondamente, senza risvegli notturni! Mi preparo recitando il Rosario.
Stavolta ho un po’ di paura:
“è normale” mi rassicura chi mi porta giù nella sala operatoria.
“Facciamo la sedazione, non l’anestesia totale” mi tranquillizzano.
Quando mi sveglio le prime parole che sento sono quelle del senologo “estemporanea negativa “(si riferisce al linfonodo sentinella).
Stavolta niente problemi alla vista e dopo un’ora ho la forza di camminare su e giù per il corridoio.
Il tempo, però, si ferma: non passa mai, i minuti sono lentissimi. M sembra che siano le 17:05 e dopo mezz’ora le 17:10
Il giorno dopo, a casa. Non vedo l’ora di tornare a scuola, dai miei alunni.
E il ventidue novembre rientro, accolta con grande affetto da studenti e colleghi.
“Complimenti per il rapporto che hai creato con le classi in così poco tempo! Hanno sentito tutti la tua mancanza” mi accoglie così Isabella appena metto piede a scuola.
Commetto, però, l’errore di prendere troppi impegni (mi iscrivo a due corsi di formazione online) per non pensare e dimenticare tutto. Mi dà soddisfazione ma mi stanca.
E poi ho l’irrazionale paura che se sto troppo bene, se torno ad essere felice.. può accadere qualcosa di brutto, ci può essere una sorpresa spiacevole dall’istologico.
In effetti in parte succede perché il tumore era multifocale ed era rimasto un piccolo residuo ma la terapia antiormonale (era altamente positivo agli estrogeni) e la radioterapia l’avrebbero distrutto.
A gennaio inizio la terapia antiormonale che all’inizio mi causa una forte insonnia che però risolvo con i fiori di Bach. Nessun effetto collaterale in seguito.
Attendo l’inizio della radioterapia e vivo momenti felici a scuola, in particolare in 5F, classe in cui vengo nominata come commissario interno (tutti interni anche quest’anno) nell’esame di Stato.
Chiedo e ottengo di svolgere la radioterapia il pomeriggio, alle tre e mezzo. In questo modo posso continuare a lavorare.
Ogni mattina vado a scuola, svolgo le lezioni e quando esco alle tre vado direttamente in ospedale (grazie a mia madre che mi accompagna) per la radioterapia. Pranzo alle quattro, preparo le lezioni per il giorno successivo e mi costringo all’attività fisica, seguo i video di Cindy Crawford per mantenermi in forma. A volte non ho nessuna voglia ma poi mi sento piena di energia.
Mi accorgo che c’è chi a scuola mi guarda con ammirazione, “sei forte” mi dice Isabella. In realtà sono tutti i miei studenti a darmi la forza, in particolare quelli della 5F. Loro non sanno che quando il lunedì suona la campanella ed esco non vado a casa ma in ospedale per la radioterapia. Sanno però che mi sento veramente fortunata ad essere la loro insegnante.
E così arriva l’ultimo giorno del trattamento, saluto i radioterapisti “mi auguro di rivedervi ma fuori dall’ospedale”. Parlo con il medico che mi fissa il controllo per il mese di agosto.
Ho finito, sono libera! Evviva, ora sono tutta per la 5F, mi posso dedicare completamente alla preparazione per l’esame di Stato.
“Lo duca e io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornare nel chiaro mondo;
e senza cura aver d’alcun riposo,
salimmo su, el primo e io secondo,
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo.
E quindi uscimmo a rivedere le stelle”
(canto XXXIV Inferno)
E QUINDI USCIMMO A RIVEDER LE STELLE
E QUINDI USCIMMO A RIVEDER LE STELLE
E QUINDO USCIMMO A RIVEDER LE STELLE!!!
La mia discesa agli inferi (e risalita). testo di robyfilosofia